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Io capitano, la recensione del nuovo film di Matteo Garrone
Alessio Zuccari

Venezia80 | Io capitano: recensione del film di Matteo Garrone

Tags: io capitano, matteo garrone, venezia80
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Alessio Zuccari

Venezia80 | Io capitano: recensione del film di Matteo Garrone

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Quello di Garrone è un grande film su un’odissea contemporanea che si consuma ogni giorno di fronte ai nostri occhi. Intenso e doloroso, ma di un’umanità sconfinata.

La verità, in fondo, è che siamo tutti figli. Figli che amano, figli che odiano. Figli che obbediscono, figli che disobbediscono, figli che chiedono il permesso. Figli che arrivano. Figli che partono. Figli di padri che magari non ci sono, figli di madri alle quali una lacrima solca il volto lenta, inesorabile, sulla collina di una guancia che è il mondo intero. Io capitano è un film di figli. Che sognano, che sperano, che indossano le t-shirt di quelle squadre di calcio i cui stemmi tracciano la cartina di una terra promessa lontana, l’Europa.

Seydou (Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall) sono figli, Matto Garrone lo sa bene, ce lo dice. Anzi, ce lo ricorda, perché dovremmo saperlo bene anche noi. Forse qualcuno, forse troppi, se lo sono dimenticato. Perché se non si è figli si esiste un po’ meno, si esiste a metà. Si esiste flebili e nel mezzo, quello di una abissale striscia di mare che inghiotte giù giù giù. E allora Garrone sì, ce lo ricorda, con quest’opera scritta assieme a Massimo Gaudioso, Massimo Ceccherini e Andrea Tagliaferri e presentata in Concorso nella selezione del Festival di Venezia 2023.

Un’opera asciutta, sopra gli occhi di un ragazzino

Io capitano, la recensione del nuovo film di Matteo Garrone

Film che delle fiabe  – anche quelle nere, che Garrone ha a cuore – ha il tono, il portamento, l’esito. Meno barocco e più asciutto in regia, era necessario. Per raccontare del viaggio (dell’eroe? Sì) che Seydou e Moussa intraprendono a partire dal Senegal in direzione delle coste italiane serviva un approccio umano e ravvicinato, perché la trappola del pietismo, del singhiozzo è un agguato che in molti non vedono arrivare.

Allora Io capitano si incolla al volto soprattutto di Seydou, il vero protagonista di un’odissea moderna declinata, con audacia, anche come avventura giovanile e un po’ incosciente, che da spettatori (di un film o di un fenomeno sociale?) ci ripetiamo sempre di ascoltare in TV e quindi automaticamente di conoscere. Ma che se conoscessimo per davvero, da buoni italiani e quindi da buoni cristiani – perché c’è chi tra le due cose tira un filo inevitabile e si batte un colpo sul petto – ci metteremmo in ginocchio a baciare e lavare i piedi piagati dalla marcia.

Seydou, che sguardo. Che occhi quelli di questo ragazzino, alla sua prima performance cinematografica. Garrone li vede e ci rimane sopra, li rende l’epicentro di un moto emotivo che spazia con grande grazia dalla spensieratezza dei primi momenti di viaggio – sembra quasi una gita in bus – alla tenebra dei lager libici. Su questi occhi, su quello che vedono e quello che vorrebbero vedere Io capitano si schiude in un paio di momenti di un onirismo di grande eleganza, punto di fuga dove si scorge il Garrone più favolistico. Magari per tornare, solo affacciato, a quella madre lontana.

Lo fa con l’ausilio anche, e forse soprattutto, di un utilizzo in montaggio (Marco Spoletini) delle dissolvenze tra un’inquadratura e l’altra, sfruttate con un senso di continuità capace di restituire costantemente un orizzonte, un dopo, un futuro che si intervalla minuto dopo minuto, giorno dopo giorno.

Dalle stigmate ai rapporti di scala

Io capitano, la recensione del nuovo film di Matteo Garrone

E giorno dopo giorno Seydou sprofonda nel deserto, nelle periferie di città sconosciute, dietro il timone di una barca che solo Dio sa come si regge insieme. Spazi ripresi in campi lunghi, anche lunghissimi, fotografati con un candore sorprendente (Paolo Carnera) e che nel rapporto di scala racchiudono tutto il senso di questo viaggio – come nel momento in cui un’enorme e illuminata piattaforma petrolifera si staglia sopra al buio in cui scivola silenzioso il barchino dei disgraziati.

Quando però Io capitano torna su Seydou ne risalta anche le cicatrici e gli sfregi, stigmate di un errante il cui corpo è un terreno di mercanteggio perenne. Il più grande pregio di questo grande film sta però nel rifuggire la retorica fino all’ultimo, letterale momento, di scampare con enorme bontà la didascalia del dolore. Perché, in quanto fiaba contemporanea, c’è la possibilità che questa tragedia sia tumulto di vita e di coscienza, ma non per questo spietata saetta negli occhi di un figlio all’ombra di un finale in cui convivono piena speranza e oscura incognita.

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