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finalmente l'alba recensione film saverio costanzo
Alessio Zuccari

Venezia80 | Finalmente l'alba: recensione del film di Saverio Costanzo

Tags: joe keery, lily james, saverio costanzo, venezia80
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Alessio Zuccari

Venezia80 | Finalmente l'alba: recensione del film di Saverio Costanzo

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La nuova opera di Costanzo è un incubo popolato da spettri ghignanti. In parte lungo e slabbrato, mantiene comunque la vertigine del suo presagio mortifero.

Finalmente l’alba inizia come un incubo espressionista. Ci sono spettri, ombre, grida e follia. Siamo già nel film, oppure è una finzione nella finzione? Se sì, dove comincia la realtà, dove finisce l’incubo? C’è una linea di demarcazione netta, si può trovare una linea di confine? Finalmente l’alba probabilmente è un incubo e basta.

La nuova opera scritta e diretta da Saverio Costanzo, in Concorso nella selezione di Venezia80, sembra partire come un’ode al cinema, al valore comunitario dell’esperienza della sala, agli anni d’oro delle star hollywoodiane che infiammano i rotocalchi e scaldano i cuori dei fan. Ma questa che mette in scena non è una dolce vita, non è La dolce vita, seppure l’accostamento in alcuni frangenti salti in mente automatico, si insinui a creare ponti e impalcature.

Anzi, dove finisce La dolce vita, sulla spiaggia, è dove iniziano le vertigini di Finalmente l’alba, che una spiaggia la fa apparire su uno schermo all’inizio ma è quella dove è disteso il corpo di Wilma Montesi, l’aspirante attrice rinvenuta morta a seguito di circostanze mai chiarite il 9 aprile 1953.

Un viaggio nella notte più scura

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Photo Credits: 01 Distribution

Spettri, appunto, mai sopiti. Spettri che popolano la celluloide delle pellicole cinematografiche che si uniscono agli spettri reali, quelli che infestano il giorno e soprattutto la notte nascondendo negli angoli dei loro sorrisi maligni lame e dolori. Spettri che tendono le loro mani e spalancano i loro ghigni anche alla più candida delle creature, come lo è la giovane Mimosa (Rebecca Antonaci), che i grandi film e le grandi star della sua epoca le conosce tutte.

Quella stessa Mimosa che si ritrova, un po’ per caso e un po’ senza che abbia capito come ci sia arrivata (iniziano così i sogni e gli incubi, no?) a trascorrere una notte in compagnia di alcune stelle di Hollywood. Si ritrova in macchina con l’affascinante e pericolosa Josephine Esperanto (Lily James), e al talentuoso ma insicuro Sean Lockwood (Joe Keery), dando il via all’erraticità di una nottata dove tutto si mescola in un vortice oscuro, sporco, ipocrita ed edonistico.

Qui sta il maggior pregio del film di Costanzo, fotografia melmosa che immortala l’ipocrisia e il fascino marcio di un mondo dove coesistono nello stesso momento la grandiosità e la piccolezza umana, la bontà (bellissimo il personaggio e l’interpretazione di Willem Dafoe) e la meschinità più odiosa.

Un’opera imperfetta, ma giusta

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Photo Credits: 01 Distribution

E più Finalmente l’alba si avvicina a quei luoghi, a quegli individui e a quella realtà che sembravano aver popolato le ultime, misteriose ore di vita di Wilma Montesi, più monta una vertigine cupa dove davvero queste ville sul mare e queste stanze paiono popolate da morti che vogliono trascinare tutto giù con loro, nel regno della decomposizione e della disillusione.

Ma questo che è il grande punto di forza del film mostra sul lungo tratto anche le sue incertezze, i suoi cedimenti. A partire da una durata eccessiva (siamo sulle due ore e venti di girato) che concede il fianco alla possibilità di incappare in eccessivi simbolismi – come quello del finale, davvero stonato – e finire per slabbrare quella tensione e quel presagio mortifero di fondo che permeano questa favola nera.

Nel mezzo di queste imperfezioni e impurità, la danza macabra di Saverio Costanzo – che grande esperienza ha fatto dalle parti de L’amica geniale, e si vede – mantiene però intatto il senso vero e ultimo del suo omaggio. Non al fascino di quei set, di quelle feste, di quella mondanità, quanto al sogno infranto negli occhi stessi del sognatore, anzi di una sognatrice rivolta a faccia in giù in riva a un mare che ne ha catturato per sempre futuro e aspirazioni. Allora, in virtù di questo, Finalmente l’alba è un film giusto, un film buono e premuroso, un film salvifico che salva il sogno senza nasconderne l’orrore, che cerca la luce di un nuovo sole anche dopo la notte più nera e tormentata.

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