Gal Gadot è la protagonista di Wonder Woman, cinecomic diretto da Patty Jenkins, che porta per la prima volta sul grande schermo la supereroina nata dalla matita di William Moulton Marston nel 1941. Da sempre considerata una delle icone dell’universo DC Comics, insieme a Batman e Superman, Wonder Woman era stata plasmata per valorizzare le qualità delle donne: creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino conturbante di una donna.

Mai scelta fu più azzeccata: Gal Gadot riempie la scena con potenza e grazia e lo fa per tutta la durata del film.

Reduci da due cocenti delusioni, Batman v Superman e Suicide Squad, a risollevare le sorti dell’universo cinematografico Dc Comics ci pensa Wonder Woman. La pellicola, che comunque presenta qualche criticità tecnica, può considerarsi la migliore portata al cinema dal DCEU. Il film uscirà nelle nostre sale il 1 giugno; nel frattempo vi riportiamo la nostra personale opinione analizzando i vari aspetti che abbiamo potuto osservare.

“Io sono Diana di Themyscira, figlia di Hippolyta.”

La storia di Wonder Woman ci viene presentata sin dalle sue origini: Diana è una ragazzina curiosa e coraggiosa e vive nell’isola paradisiaca di Themyscira insieme alle altre Amazzoni. Il racconto iniziale, circa la storia dell’isola e della sua genesi, è degno di nota poiché realizzato stilisticamente come una narrazione mitologica. Per chi non conoscesse i dettagli, le Amazzoni, titaniche combattenti dalla natura selvaggia, erano state generate da Zeus, il Dio di tutti gli Dei, affinché potessero sconfiggere Ares, il Dio della Guerra, e mediare il rapporto tra dei e uomini.

Regina delle Amazzoni è la statuaria Hippolyta, interpretata da Connie Nielsen: in lei convivono giustizia e verità nonché senso del dovere. La regina, consapevole del futuro che attende Diana, non vuole che la figlia combatta per il timore che possa vivere la guerra o ancora peggio, non superarla. Diana, mossa dal suo spirito ribelle, sarà addestrata in gran segreto dal Generale Antiope, zia di quest’ultima e sorella della regina. Robin Wright ha il ruolo della guerriera Amazzone più forte di sempre e allenerà Wonder Woman nell’arte del combattimento.

Una love story che tutto può

La prima parte della pellicola è ambientata nell’isola divina, un’isola florida e splendente, dai colori accesi e sgargianti e circondata dal mare cristallino. La tranquillità dell’atollo viene meno nel momento in cui il Capitano Steve Trevor, interpretato dall’aitante Chris Pine (decisamente buona anche la sua prova), approda disgraziatamente sull’isola e viene salvato da Diana in una scena che ricorda molto il salvataggio di Ariel a favore di Eric.

Nonostante si tratti di un cinecomic,  ambientato peraltro durante la Prima Guerra Mondiale, la storia d’amore è un elemento fondamentale ed è il fil rouge di tutta la pellicola. Fin dal momento in cui Diana e Steve si conoscono scatta una scintilla: l’alchimia tra i due bellissimi attori è tangibile, così come la loro prestanza fisica. Gal Gadot e Chris Pine riescono a destreggiarsi tra sentimenti, guerra, nemici e combattimenti. Non manca nemmeno l’ironia e un pizzico di malizia, elementi che non sfociano mai nella volgarità, bensì catturano l’attenzione del pubblico, in particolare quello femminile.

Il fumo grigio di Londra

Diana, che da una vita si prepara a combattere e a diventare la più agile e forte tra le guerriere Amazzoni, viene a conoscenza – su confessione del Capitano/Spia Steve Trevor – dell’infuriare della Prima Guerra Mondiale. Mossa da spirito di giustizia e saggezza, abbandona l’isola con il Capitano alla volta di Londra. La fotografia e la scenografia cambiano quindi in funzione della narrazione: dalla rigogliosa Themyscira si passa al grigio industriale della città inglese agli inizi del ‘900. La canonica divisione della sceneggiatura, però, non regala molte sorprese. L’ambientazione dark, che aveva caratterizzato Batman v Superman, viene riproposta anche durante le battaglie di cui Wonder Woman e compagni sono protagonisti, fatta eccezione per alcune esplosioni e l’infrangersi dei proiettili sulle braccia di Wonder Woman, a volte un po’ barocche, a volte epiche.

L’atto finale

Wonder Woman porta con sé il nobile intento di parlarci di femminismo e dei diritti delle donne e lo fa in un contesto in cui le donne vivevano spesso in schiavitù, sottovalutate e ai margini della società. Patty Jenkins non si arroga il diritto di parlarcene in maniera autorevole o seguendo le linee del politically correct, ma esprime il suo punto di vista attraverso l’ingenuità, la fierezza, la fisicità e la forza che caratterizzano la protagonista. In questo la performance di Gal Gadot è semplicemente impareggiabile.

Un po’ criticabile, invece, la scelta dei villain: sebbene ci siano tre figure malvagie, nessuna è credibile fino in fondo: sono personaggi bidimensionali che non reggono il confronto con la supereroina, nemmeno in quello che dovrebbe essere lo scontro finale. Ciò nonostante, proprio durante la battaglia conclusiva, il film si trasforma in una grande metafora su quelli che sono i temi dell’umanità intera: la sete di potere – che genera guerre e distruzione – e l’amore – che tutto può.

La semplicità di Wonder Woman è la sua forza: non siamo di fronte ad un cambiamento e nemmeno davanti ad un film d’autore; vengono narrati i clichè di una storia che ha un fascino naturale, che passa dal divino al terreno, senza troppe pretese. La volontà di creare un’identità cinematografica al personaggio viene rispettata, ma la debole scrittura e i dialoghi banali non bastano a renderlo un blockbuster degno del suo budget.

Bene, ma non benissimo.

A cura di Roberta Panetta
Photo Credits: Warner Bros. Italia