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assassinio a venezia recensione film kenneth branagh
Alessio Zuccari

Assassinio a Venezia, recensione del film di e con Kenneth Branagh

Tags: assassinio a venezia, kenneth branagh
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Alessio Zuccari

Assassinio a Venezia, recensione del film di e con Kenneth Branagh

Tags: assassinio a venezia, kenneth branagh

Il terzo capitolo del nuovo corso al cinema del detective Poirot raddrizza il timone di una barca che sembrava alla deriva.

La saga cinematografica di Hercule Poirot ripensato da Kenneth Branagh pareva già destinata a un più che precoce declino. Assassinio sul Nilo, il secondo appuntamento, aveva l’aspetto e il peso della mazzata definitiva. Sciatto, scialbo, visivamente posticcio, falcidiato anche dal pessimo tempismo della vicenda Armie Hammer – tra i protagonisti – e quindi scansato di lato con il piede fino a farlo approdare con non poco imbarazzo su Disney+.

Ed invece ecco che dal cappello del detective più in gamba del mondo esce fuori Assassinio a Venezia. In cosa riesce? Nel farsi film godibile. Che si dirà, per un giallo che più classico non si può, sarebbe il minimo. Ma da queste parti lo scetticismo regnava sovrano e monsieur Poirot era chiamato nella doppia fatica di risolvere il caso e di far ricredere chi non credeva più.

Il film più misterico della saga

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Photo Credits: The Walt Disney Company Italia

Che poi fede e scetticismo sono anche al centro della sceneggiatura firmata ancora da Michael Green (già a lavoro su Orient Express e Nilo), adattata a partire da Poirot e la strage degli innocenti. Perché il detective, scettico di natura e da diverso tempo lontano dal calore della fede, si trova di fronte a una proposta che accoglie con riluttanza. Si è ritirato in pensione a Venezia già da un po’, ma l’amica di vecchia data e scrittrice Ariadne Oliver (Tina Fey) lo invita a partecipare a una seduta spiritica nella notte di Halloween. L’ospite di casa è una madre (Kelly Reilly) che vuole ascoltare la voce della figlia deceduta l’anno precedente.

Tra i vicoli di una città che accoglie la contaminazione culturale dei liberatori – gli americani – nel 1947 del secondo dopoguerra, fede, misticismo e folklore si mescolano senza soluzione di continuità a segnare incertezze e mistero. E questo Assassinio a Venezia è senza ombra di dubbio il più misterico dei tre film firmati da Branagh. Lo mette subito in chiaro a partire da un registro visivo ben identificato, fatto di un buio spettrale che permea stanze e corridoi, di inquadrature sghembe, storte e di un uso insistito del grandangolare.

Un inquietante palazzo tra i protagonisti

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Photo Credits: The Walt Disney Company Italia

Ecco, ciò in cui Branagh questa volta riesce con convinzione è nel lavorare sul setting e sull’ambientazione. L’impostazione di fondo della storia rimane quella classica del whodunit: diverse persone (tra cui Michelle Yeoh, Riccardo Scamarcio, Jamie Dornan, Kyle Allen, Emma Laird, Camille Cottin) rimangono bloccate in un ambiente circoscritto a seguito di un omicidio mentre qualcuno indaga per incastrare il colpevole.

Al netto di un intreccio fatto dei soliti indizi disseminati, di depistaggi, di morti ammazzati in circostanze inspiegabili che si conclude con un esito in fondo non così impensabile, il valore aggiunto di Assassinio a Venezia sta nell’atmosfera. Lasciandosi alle spalle gli irricevibili lavori di effettistica visiva fatti su quinte e scenografia del precedente capitolo, stavolta ad essere protagonista al fianco di Poirot è il palazzo nobiliare in cui avvengono le vicende. Un luogo decadente e inquietante, che si dice sia popolato da fantasmi che sussurrano, parlano, si palesano fugacemente.

Fantasmi che paiono essere anche quelli trascinati sin qui dalla terribile eredità di una guerra che ha lasciato strascichi nella mente di alcuni di questi personaggi, contrappunto al negativo di quell’euforia festante fatta di dolciumi e maschere di una tradizione importata. E questo palazzo si schiude un poco alla volta, scricchiola e cigola, mutando e deformandosi a partire dall’alterazione percettiva di cui sono vittime gli ospiti indesiderati, compreso lo stesso detective.

Un tono efficace

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Photo Credits: The Walt Disney Company Italia

Il regista si affida anche al lavoro del fidato direttore della fotografia Haris Zambarloukos, con il quale collabora da anni, che qui descrive tutto con toni chiaroscurali, ombre e luci flebili. In questa maniera gli interni in cui si snocciola la storia non sono solo delle location in cui collocare il successivo tassello del puzzle, ma si rendono proiezione di un pensiero, di un’irrequietezza, di un malessere storico – i traumi del conflitto e delle sue barbarie – e narrativo. E’ la lotta in cui è tirato nel mezzo Poirot, costretto a sondare le proprie granitiche convinzioni e a mettere in dubbio anche le proprie abilità.

Sia chiaro, non è una trovata così originale per la quale strapparsi i capelli, quantomeno però azzecca con efficacia un tono attraverso cui puntellare il classico giallo. Insomma, una piccola deviazione sul tema che conferisce ad Assassinio a Venezia un carattere distinguibile, aiutato anche dalla durata per una volta contenuta – un’ora e quaranta scarsa – e al netto di una sceneggiatura pulita ma non così ficcante.

Guarda il trailer di Assassinio a Venezia:

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