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Dietro i suoi occhi è (solo) un guilty pleasure con un finale sconvolgente. E va bene così.
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Dietro i suoi occhi è (solo) un guilty pleasure con un finale sconvolgente. E va bene così.

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L?anima vola, il resto un po’ meno. La miniserie pi? chiacchierata del momento stratifica elementi romantici, onirici e fantastici. E nonostante la dubbia resa finale Dietro i suoi occhi rimane pur sempre un ammaliante thriller erotico.

Nell?accezione tradizionale del pensiero comune corpo e anima sono intese come l?uno il significante dell?altra. Nella loro classica contrapposizione, che spinge a considerare religiosamente il primo come mero contenitore esteriore, risiede invece un legame indissolubile che garantisce a quel corpo la sua stessa esistenza. Antitetica o complementare ad esso, ? l?anima infatti a dare forma all?umanit?, a plasmare quell?esistenza concreta che altrimenti rimarrebbe confinata nell?ultraterreno. Dietro i suoi occhi, la serie Netflix tratta dal fortunato romanzo della britannica Sarah Pinborough, sembra proprio voler intavolare il sinuoso ma complesso discorso sull?opposizione e l?armonia tra spirito e materia, ponendo nel possibile slancio del mel? la traiettoria verso argomenti come la trasmigrazione delle anime, l?onirico, il metasogno, la reincarnazione. Un soggetto che tuttavia lavora troppo in sottotraccia e che finisce, suo malgrado, per essere l?anello debole dell?intera catena narrativa che passa dal romantico all?onirico per arrivare al fantastico.

FOTO: Netflix

Il triangolo amoroso desta l?interesse primogenito per aggiungere l?onirico e il fantastico

La miniserie, che adatta le pagine grazie al suo creatore Steve Lightfoot e il regista Erik Richter Strand, sin da subito ha infatti tutta l?aria di un conturbante thriller erotico sull?infedelt? matrimoniale di quelli che non stancano mai, solleticando la curiosit? e i sensi delle giovani spettatrici sfruttandone, giustamente, la portata sexy dell?attore protagonista. Il triangolo, proietta i suoi cateti su due donne opposte: l?ingarbugliata madre single Louise (Simona Brown) e l?enigmatica e solitaria Ad?le (Eve Hewson). In mezzo, a legare, l?ombroso psicoanalista dottor David Ferguson (Tom Bateman) che con la prima condivide l?incontro in un bar, l?irrefrenabile attrazione sessuale e la (riscoperta) spensieratezza; e con l?altra un matrimonio colmo di segreti, strane forme di sottomissione e un controllo esasperato sulla labile psiche di lei attraverso la massiccia somministrazione di psicofarmaci.

Questa (prima) stratificazione narrativa da melodramma a interno borghese, aggancia dunque l?interesse dell?abbonato/a giocando con l?erotismo, la voluttuosit? e i tintinnii sentimentali del tradimento, in alcune sequenze esplicite atte a mostrare (e dimostrare) i sensi assopiti dello sposalizio e poi destati, e anzi libertini, della relazione extraconiugale. Il sesso quindi, pruriginoso quanto basta, ? la lastra emotiva di una storia che, proseguendo, ha tutt?altra intenzione rispetto al canonico m?nage a trois. Louise e Ad?le, infatti, oltre al partner di letto, condividono un disturbo del sonno chiamato terrori notturni, una particolare forma di attacchi di panico legati all?incapacit? della mente di ?spegnersi? durante la fase rem in cui ansie e preoccupazioni si manifestano nell?inconscio con incubi ripetuti e forme di sonnambulismo. Dietro i suoi occhi allora, a quel thrilling sensuale che stava funzionando cos? bene, inserisce sequenze onirico-metaforiche dei sogni di Louise; sogni ripetuti consecutivamente il cui significato latente risiede in una sorta di premonizione infuocata all?interno di una grande casa.

FOTO: Netflix

La resa visiva e autoriale sulla rappresentazione metaforica dei meccanismi onirici non sembra all?altezza

Qui purtroppo la serie mostra il fianco, in quella raffigurabilit? dell?inconscio e dei meccanismi onirici al cinema che aveva fatto la fortuna di pellicole precedenti quali l?ottimo The Cell (Tarsem Singh, 2000) o il sensoriale Stati di Allucinazione (Ken Russell, 1980). Perch? rendere l?immaterialit?, la profondit? e soprattutto dare l?impressione di realt? a ci? che ? irreale per eccellenza, ovvero sogni e incubi, ? qualcosa di estremamente complesso dal punto di vista di scelte visivo-narrative ? e di scrittura soprattutto ? che la serie Netflix risolve con sequenze non all?altezza delle premesse, risolvendo l?infausto compito attraverso il? pigro inserimento di porte sospese, di ambienti naturali iper luminosi, di una voluta e sottolineata sensazione di beatitudine forse troppo scolastica nella sua resa finale.

Ad ingigantire la pecca della premessa onirico-simbolica, la serie si dirige, lentamente, verso un finale shock che qui non sveleremo, ma che sembra l?unico motivo apparente per il quale la serie stessa sia stata creata. Ad?le, nel suo travagliato passato all?interno di una clinica per disintossicarsi, instaura un profondo legame con Rob, un ragazzo dipendente dall?eroina che aveva trovato in Ad?le la via per evadere dalla vita soffocante e problematica dei sobborghi londinesi. Rob, diventa l?elemento nevralgico che insegner? all?amica un metodo esoterico per far trasmigrare la propria anima attraverso la proiezione astrale, la tecnica cio? volta a controllare i sogni e separarsi, letteralmente, dal proprio corpo. Sotto trama interessante ed essenziale a risolvere il mistero certo, eppure qualcosa stona e quel presupposto di aspirazioni fantastiche finisce per essere l?elemento disturbante pi? che perturbante, in un finale corrivo e spiazzante che poteva esserne punto di partenza interessante e invece ? la sterile conclusione che nel chiacchierato hashtag #WTFthatending sembra ritrovare il bersaglio da fenomeno seriale del momento.

Guardandolo dalla giusta distanza e lasciando decantare il twist finale, Dietro i tuoi occhi ? il tipico guilty pleasure capace di instillare curiosit? attraverso la semina di indizi, segreti e un mistero ultimo da sciogliere giocando sulla tensione sessuale, l?instabilit? mentale e tutte quelle gradazioni di eros e thanatos che incollano allo schermo. Si poteva, certo, pretendere di pi? ma tutto sommato abbiamo imparato a decretare il successo di un film/serie tv anche in componenti extradiegetiche, che hanno a che fare pi? sull?estensione popolare che sulla sua reale caratura artistica. L?anima vola, il resto un po’ meno. E va bene anche cos?. ?

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