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Il colore viola: recensione del film musical di Blitz Bazawule
Alessio Zuccari

Il colore viola: recensione del film musical di Blitz Bazawule

Tags: blitz bazawule, Danielle Brooks, Fantasia Barrino, il colore viola
Il colore viola: recensione del film musical di Blitz Bazawule
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Alessio Zuccari

Il colore viola: recensione del film musical di Blitz Bazawule

Tags: blitz bazawule, Danielle Brooks, Fantasia Barrino, il colore viola

Torna in un nuovo adattamento cinematografico e in musical l’opera premio Pulitzer scritta nel 1982 da Alice Walker.

Molto del cinema passa dal rifare. Rifare oggi qualcosa che è stato fatto ieri, talvolta per ragioni squisitamente commerciali, altre volte anche per accostare al rifare il ripensare. Cioè configurare sotto una nuova luce: artistica, sociale, politica. Il tempo passa e con esso muta la collocabilità di quegli strani oggetti che sono i film, tesi nel mezzo di una irrisolvibile dualità, arte e industria. Capita quindi in alcune occasioni che occorra mettere in campo una differente prospettiva per spurgare oggi tutte le pagliuzze di ieri.

Pare questo il caso del nuovo adattamento cinematografico de Il colore viola, tratto dal musical teatrale omonimo che a sua volta è basato sul romanzo premio Pulitzer di Alice Walker del 1982. Perché adesso, Il colore viola, si può dire in tutto e per tutto un’opera black, pensata da artisti neri per raccontare una tragedia familiare afroamericana. In sceneggiatura c’è lo scrittore e poeta Marcus Gardley, in regia il regista e cantante ghanese Blitz Bazawule. Non sono aspetti secondari.

Il rapporto de Il colore viola con la precedente rappresentazione

Il colore viola: recensione del film musical di Blitz Bazawule
Photo Credits: Warner Bros.

La prima apparizione de Il colore viola sul grande schermo ci fu infatti nel 1985 per la regia di Steven Spielberg e lo script di Menno Meyjes (olandese naturalizzato statunitense, nondimeno). Il film rappresentò uno spartiacque nella carriera del regista. Da grande autore di blockbuster (l’anno precedente veniva da Indiana Jones e il tempio maledetto), Spielberg qui si declinava per la prima volta al dramma, nella lunga cavalcata che lo avrebbe poi consacrato in maniera definitiva nel 1993 con Schindler’s List.

Alla sua uscita il film venne accolto in maniera positiva – furono 11 le candidature agli Oscar, senza però vincere in nessuna categoria –, ma attirò su di sé anche numerose critiche per quella che veniva considerata una rappresentazione stereotipata degli uomini e della famiglia afroamericana. Più ancora: che un regista bianco non potesse davvero commentare a dovere una storia connotata da personaggi afroamericani. Lasciamo le critiche da parte, tornare nel merito a quasi quarant’anni di distanza sarebbe esercizio utile fino a un certo punto.

È necessario però partire da qui per inquadrare Il colore viola oggi, che è chiaramente espressione di una riappropriazione culturale di un grande racconto popolare attraverso il canale artistico più popolare che ci sia, il cinema per l’appunto. La differenza più evidente con le scelte del passato sta nel riconfigurare la storia di Celie (Phylicia Pearl Mpasi da giovane, Fantasia Barrino come adulta) a ritmo di musical. La sua triste parabola resta per lo più invariata. Vessata e poco considerata dal padre (Deon Cole), viene svenduta come nuova moglie del violento e infantile Albert (Colman Domingo) e costretta quindi a separarsi dall’amatissima sorella Nettie (Halle Bailey). Passano gli anni e poi passano i decenni, con Celie che prima china il capo sotto le botte del marito e poi riscopre la dignità personale e la solidarietà femminile nel confronto con personaggi come l’esuberante Sofia (una grande Danielle Brooks) o l’affascinante Shug (Taraji P. Henson).

Il musical come cordone di sicurezza al dramma

Il colore viola: recensione del film musical di Blitz Bazawule
Photo Credits: Warner Bros.

Altra critica che venne mossa al film di Spielberg stava proprio nell’ammorbidimento del rapporto omosessuale tra Celie e Shug, reso in quella pellicola lì in maniera molto velata tramite solo un leggero bacio – Spielberg commentò il non spingersi oltre come un’esigenza di rating. Nel nuovo adattamento la relazione romantica tra le due è resa in maniera un poco più incisiva e chiara, ma resta comunque ad aleggiare mitigata dal sognante di un musical che funziona quasi da cordone di sicurezza al dramma.

Quest’ultimo esempio è utile a comprendere come Il colore viola di Bazawule agisca da un certo punto di vista come interessato a correggere le criticità del passato con un atteggiamento filmico allo stesso tempo quasi del tutto diverso. Il canto è la messa in lirica di un popolo, di una famiglia e di una donna, punto di fuga immaginato e quindi esorcismo alla durezza del reale. Ma attraverso le studiate coreografie e le danze, il film già ammansisce gli spigoli di un racconto che qui si configura sotto anche una patina quasi glamour, immerso spesso in bagni di luce ampi e colorati.

La scelta di una nuova postura tragica

Il colore viola: recensione del film musical di Blitz Bazawule
Photo Credits: Warner Bros.

Tutto, a partire dalle sofferenze di Celie, si ristruttura insomma in una nuova postura: tragica, ma un po’ meno tragica rispetto a prima. È legittimo, è una maniera differente di intendere il cinema e l’inclinatura al sentimentalismo. Però è anche una modalità di lettura delle vicende che presta il fianco al ravvedere con sguardo troppo placido alle brutture croniche di alcuni personaggi. Pensiamo proprio ad Albert, bruto terribile che nel 1985 agiva solo all’ultimo con moto di compassione pur rimanendo, condannato e dannato, in disparte.

Invece ne Il colore viola di oggi anche a lui tocca un perdono che sa troppo di condono. Occorre guardare a una stretta di mano nel finale, che sugella il passaggio dell’acqua sotto i ponti tra lui e Celie come se la poverina non portasse sul corpo ancora i segni dei suoi colpi. E questa scelta sembra essere una risposta diretta alle messe in accusa al lavoro di Spielberg (che qui produce assieme ad Oprah Winfrey e Quincy Jones), anche a costo di andare incontro ad un anacronismo come lo è, nei tempi delle grandi rivoluzioni di genere che viviamo oggi, far sedere alla tavola quel tipo di individuo.  

Il colore viola di Bazawule vive insomma della doppia e non sempre conciliata esigenza di interiorizzare l’identità del racconto e rispondere alle criticità del passato. E il film sceglie di farlo con questa nuova veste, di cui il maggiore pregio sta nel poter dire risolta la distanza tra la rappresentazione della storia e la storia rappresentata.

Il colore viola è al cinema dal 8 febbraio.

Guarda il trailer de Il colore viola:

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