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Alessio Zuccari

The Old Oak: recensione del nuovo film di Ken Loach

Tags: dave turner, ebla mari, ken loach, the old oak
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Alessio Zuccari

The Old Oak: recensione del nuovo film di Ken Loach

Tags: dave turner, ebla mari, ken loach, the old oak

L’ultimo lavoro firmato dal regista inglese su sceneggiatura di Paul Laverty è una consapevolezza amara alla quale si risponde con l’ostinatezza di un gesto semplice, fondamentale e politico.

La speranza, in The Old Oak, è una perla incrostata. È una gemma pura, sopra la quale hanno però nidificato i rancori di chi è stato lasciato indietro. Li vediamo subito questi ultimi, queste donne, questi uomini e soprattutto questi bambini. Il nuovo film del mai domo Ken Loach (classe 1936, per dire) li inquadra per le strade di un paesino della provincia inglese, un fazzoletto di terra grigio nell’aria, negli umori e in un mare che tornerà spesso, mai malinconico o romantico, ma come presagio, monito, abisso.

E quando le inquadra, queste persone hanno gli occhi scavati, le pupille vitree, le gote arrossate dalla frustrazione di una provincia invisibile e dalla birra che mandano giù nel pub che dà il nome al film. Lo tira avanti con l’inerzia di chi non può fare altrimenti TJ Ballantyne (Dave Turner), uomo probo, modesto, con i suoi peccati che gli curvano le spalle e con la sua gentilezza ridotta a fessura. Uomo che ascolta i tormenti dei suoi avventori inaciditi dalla mancanza di lavoro, dai conti in bianco, dai problemi familiari. Che ascolta pure le loro ingiurie, le loro cattiverie sbavate quando un pulmino di rifugiati siriani viene dislocato nelle case sfitte del paese.

Per non far morire la speranza

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Photo Credits: Lucky Red

Ecco, in un contesto così la parola speranza rischia di far rima con oscenità. Lo afferma amara, ma non sconfitta, una delle giovani rifugiate, Yara (Ebla Mari), quando ripensa alla sua terra d’origine. In questo margine di Inghilterra ci è finita dopo essere fuggita dal suo Paese devastato dalla guerra ed aver transitato per un campo profughi, che le ha insegnato ad assorbire gli urti della vita ma anche la lingua inglese. Da dove viene lei, dove le bombe cascano sopra la testa degli innocenti con tutto attorno l’assordante mutismo internazionale (ci ricorda, nell’eterno ritorno della belligeranza umana, gli altri conflitti che osserviamo oggi a distanza), per qualcuno è osceno solo andarla a pensare la speranza.

Se il rischio è appunto quello che vede assottigliarsi la grana del concetto di speranza anche qui, nella provincia di uno dei Paesi più ricchi del mondo, dove non cascano le bombe ma i bambini fanno comunque la fame, la sceneggiatura di Paul Laverty – collaboratore di lungo corso di Loach – chiama a raccolta la solidarietà. Quella che parte dal basso, fatta dagli ultimi per gli ultimissimi.

Fatta da TJ dopo della comprensibile riluttanza, aperta sì ai nuovi arrivati nel villaggio, ma anche alle tante figlie e figli locali che quando gli va bene mangiano un pasto caldo una volta alla settimana. E ad un primo sguardo può sembrare che The Old Oak offra soluzioni troppo semplicistiche a problemi troppo complessi. In realtà ciò che fa è concentrarsi su soluzioni semplici, nel senso di una semplicità che è matrice di una risposta immediata al problema immediato.

Le origini del male

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Photo Credits: Lucky Red

Le radici del problema troppo complesso e più ampio Loach e Laverty sanno benissimo quali sono e dove stanno. Entrano in scena attraverso la testimonianza fotografica appesa nel pub di TJ, che ritrae lo storico e aspro sciopero dei minatori del 1984, dal quale i sindacati inglesi uscirono schiacciati in favore del rafforzamento della politica neoliberista di Margaret Thatcher. E quindi della libertà di mercato. Come lo stesso TJ racconta disilluso, in quelle foto è immortalato il pensiero di una generazione e di un ceto che pensava di poter cambiare le cose, ma non è riuscita a farlo.

L’aspetto più notabile di The Old Oak sta qui. Cioè nel riconoscimento di una sconfitta che ancora spurga sangue, che si è incancrenita lungo il corso dei decenni con i risvolti dello svilimento sociale, politico ed economico della classe operaia. È quasi desolante come l’opera di Loach, storico militante di sinistra dentro e fuori dal cinema, si faccia rassegnata mentre osserva l’evidenza del grande ordine degli eventi: di fronte a quello, ora non sa come agire. Un’eliminazione di orizzonte alternativo che, tra tutte le sue vittorie, è la più significativa del neoliberismo.

Ripartire da una nuova, essenziale azione politica

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Photo Credits: Lucky Red

Allora ecco perché il film riparte dal semplice, cercando di trovare gli scampoli di un associazionismo essenziale incarnato da un bisogno primario com’è quello del mangiare, del nutrirsi e quindi di rimando del nutrire. E nel suo pub TJ sceglie di farlo tutti assieme, proprio nella stessa sala con appese sulle pareti le foto del movimento dei minatori, perché «When you eat together, you stick together», cioè quando si mangia assieme si rimane uniti. Cioè si accorciano le distanze, ci si scopre miserabili uguali a un piatto di distanza, ci si racconta la vita e ci si guarda negli occhi così come si guarda negli occhi chi è il vero antagonista della storia.

Questa è la semplicità di The Old Oak, questo è lo spazio vuoto da colmare, lasciato da uno stato lui sì con la pancia piena. Questa è l’azione politica a cui Loach guarda, ammettendo anche da un punto di vista drammaturgico in apparenza un po’ ingenuo perché netto e privo di sfumature – ma nella realtà dei fatti anche del tutto umano – che ci sarà sempre qualcuno pronto a remare contro, a opporsi, ad essere consumato fino in fondo dalla bile e dall’odio. Qualcuno con cui parlare è inutile: bisogna mettergli davanti i fatti, poi si vedrà. Davanti a una consapevolezza dolceamara del genere non si può allora davvero imputare nulla, non si può trovare il cavillo, cercare la sbandata. Si può solo sperare e pensare di imparare a reimparare. Poi, si vedrà.

The Old Oak è al cinema dal 16 novembre.

Guarda il trailer italiano di The Old Oak:

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