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Martina Barone

Venezia79 | Bardo: recensione del film di Alejandro González Iñárritu

Tags: Bardo, netflix, Venezia79
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Martina Barone

Venezia79 | Bardo: recensione del film di Alejandro González Iñárritu

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L’autore messicano arriva a Venezia79 col suo Bardo – Falsa crónica de unas cuantas verdades, storia personale, lavorativa, universale

Da sempre i registi arrivano ad un certo punto della loro vita e carriera in cui hanno bisogno di mettersi davanti alla macchina da presa. Non di recitare, bensì di creare dei protagonisti i quali diventano portatori dei loro connotati con cui riescono poi a esprimersi, parlando per loro bocca e rivivendo le tappe essenziali della loro nascita, infanzia e crescita, quasi trasferendosi nel corpo dei loro attori e abitandoli come fantasmi. È in fondo un cinema che si riempie di spiriti quello che ripercorre l’esistenza di questi autori che hanno deciso di raccontarsi e raccontare come un album di fotografie che inizia a parlare e a muoversi.

Quello fatto di zie come muse ne È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, di bei ragazzi dai fisici asciutti, ma prestanti uguali a quelli nel Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar, testimonianze della sessualità del regista-bambino e rappresentati secondo la sua memoria. Lo stesso che Alfonso Cuarón ha riversato nelle onde spumeggianti e pronte a rifrangersi sulla costa del suo autobiografico Roma, progetto ambizioso e portante grazie anche all’investimento della digitale Netflix, che per affermarsi ha concesso a registi e autori la maniera di realizzare i loro sogni impossibili (da leggere anche come: troppo costosi). 

Bardo: la storia di vita di Alejandro González Iñárritu

bardo 2022 recensione 2
Credits: Netflix

È un altro messicano che alla Mostra del Cinema di Venezia, stavolta alla sua 79esima edizione, mette tutto se stesso in un’opera che dalla durata al contenuto ha l’ambizione di racchiudere complessivamente la summa non solo di una poetica trasposta all’interno dei propri film, ma l’animo tormentato e stratificato di qualcuno che sa di aver avuto una voce. Di essere stato consapevole di quel privilegio che non sempre le persone si riconoscono e che lo ha formato e trasformato nel corso dei suoi anni di lavoro e in famiglia. Alejandro González Iñárritu con il suo Bardo – Falsa crónica de unas cuantas verdades riconosce la fortuna di una posizione in prima classe pur nella sua locazione da immigrato. E ne parla e ne discute non dimenticando il respiro di una regia che lo ha contraddistinto e che il cineasta applica anche alla sua pellicola più personale. Unico tratto forse coerente con un’aspettativa che però il film non soddisfa, controbilanciando la brama di Iñárritu con l’effettiva sostanza dell’opera, facendo percepire l’ardore nel testo del suo autore, ma non trasmettendolo con il risultato di Bardo.

Costruendo così come gli altri registi il suo Otto e mezzo ad hoc, Alejandro González Iñárritu non cerca l’imitazione pedissequa, ma non può che sottostare alla surrealtà che proprio Federico Fellini promuoveva nel suo ritratto del vero, fatto di momenti paradossali attui a narrare però di ciò che è reale. Ed è chiara la volontà dell’autore di renderci partecipi, forse quasi complici, di un suo tormento che lo vede costantemente in bilico nella figura di padre e quella che un tempo fu di figlio, quella di messicano che non può che amare le radici della propria terra-madre, ma vuole che gli sia riconosciuta in quanto casa anche quella dimora da più di vent’anni chiamata America.

Tanta bellezza per nulla

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Credits: Netflix Italia

La smania di coinvolgerci in quella lotta che non lo abbandona fa di Bardo l’espediente migliore per concedere al regista l’opportunità di sfogarsi senza però ottenere nessuna risposta. Un sobbarcare il pubblico per lasciarlo così tramortito dalla valanga di informazioni intime e lavorative ricevute, nonché quelle ideologiche e personali che hanno condotto fino a questo punto l’autore. E la cosa peggiore è che Bardo – Falsa crónica de unas cuantas verdades ha delle immagini di una bellezza folgorante. Ha delle sequenze di una poesia struggente, uno sguardo di una potenza per una messinscena che osa perdendosi a vista d’occhio. E forse non se le merita. Non merita di essere talmente stupendo in alcune sue parti quando rimane tanto confuso, arraffato, volenteroso di simbolismi e poco concreto. Non merita l’ispirazione di un Darius Khondji che illumina distese di gente, corpi che cadono, battaglioni in uniforme e uomini che volano facendo volteggiare la propria ombra eliminando qualsiasi distanza tra cielo e terra. 

Bardo è un’interrogazione su cosa significa la vita non trovandone certo la risposta, ma rigettandone fuori tutte le sue ipotesi più attenuanti e facendo in modo di coglierne almeno una possibile. È un autore che ha provato a mettersi a nudo, ma ha edificato sovrastrutture su sovrastrutture imprigionando il senso semplice ricercato da qualsiasi essere. Quello di sapere che ciò che si è fatto da vivi possa avere una rilevanza anche dopo, anche da morti. Che sia essere stato un figlio provetto o un padre comprensivo, fino ad aver avuto il coraggio di mettersi in dubbio sul proprio ruolo di cittadino del mondo. Una maniera per sfogarsi, senz’altro. Anche se non sempre creare del (buon) cinema vuol dire necessariamente dover fare auto-terapia. 

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