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Baz Luhrmann: un vero direttore d'orchestra

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Per esaltare e de-mistificare il linguaggio shakeasperiano, Baz Luhrmann ha deciso di ambientare la sua versione di Romeo e Giulietta in quello che definisce un mondo artificiale; un collage di immagini moderne e classiche tratte dalla religione, dal teatro, dal folklore, dalla tecnologia e dalla cultura pop. Un universo immaginario che comprende icone del ventesimo secolo, simboli che vogliono esplicitare il messaggio del film e ogni linea di dialogo, cosicch? il potere e la bellezza linguistica del pi? grande drammaturgo di tutti i tempi compiano la loro magia sullo spettatori. Luhrman voleva appropriarsi di icone immediatamente riconoscibili, che potessero liberare il linguaggio dalla gabbia oscura della memoria passata, rivitalizzandolo e inglobandolo nell’universo pi? vasto possibile: quello cinematografico, che vive secondo il tempo dei cult e dei diversi stili, non seguendo una cronologia precisa. Si cambia repentinamente stile, atmosfera, riecheggiando generi cinematografici inossidabili: Giovent? bruciata, incrocia Busby Berkeley e al semaforo ritrovano Dirty Harry di Clint Eastwood: tutto questo ? Verona Beach.?


“Credo che il problema di fare Shakespeare sia che la maggior parte delle persone associ quella materia narrativa a un’opera teatrale di alto livello, definita ?’un classico“. Cercando di allontanarsi da qualsiasi accenno di palcoscenico, Luhrmann mira ad evidenziare il continuo movimento di Verona Beach e i diversi cambi di prospettiva, utilizzando tutti i trucchi cinematografici possibili per accostarne la narrazione al formato “da film”. Raramente in questo film si serve del linguaggio hollywoodiano “classico”, quello delle singole inquadrature. Il film, pur essendo fedele alla storia e al linguaggio di Romeo + Giulietta di William Shakespeare, si scontra con quello che viene normalmente considerato “lo Shakespeare classico” e si cerca di sottolineare proprio questo concetto nella costruzione fotografica. “Con Romeo + Giulietta abbiamo sviluppato uno stile cinematografico particolare, un nuovo linguaggio cinematografico, se vogliamo“.

Con Moulin Rouge! Baz Luhrmann d? vita a un inedito e spettacolare cocktail musicale, una nuova forma di intendere il musical e il senso della performance. Registrando il suono in presa diretta, Luhrmann vuole far intendere “che la performance canora ? recitazione”, che in alcun modo si uscir? dalla storia: entriamo nella psicologia dei personaggi proprio per comprendere che la loro voce interiore ? musica. Citando i movimenti di macchina e le pellicole d’epoca e perseguendo attivamente le imperfezioni cinematografiche di un tempo, il regista vuole che il pubblico creda molto di pi? nella veridicit? del mondo che sta creando, che nella correttezza storica. “La cosa pi? bizzarra di questo progetto ? che abbiamo speso cos? tanto denaro per cercare in realt? di rendere le cose meno perfette di com’erano”, ha affermato Chris Godfrey, supervisore degli effetti speciali.

L’intento di Luhrmann era quello di creare un universo, e uno stile, che potessero rispondere all’epitome di “vera artificialit?”. Una Parigi rivisitata, in cui il musical di sua invenzione si sarebbe trovato a proprio agio; un luogo in cui scoppiare a cantare sarebbe stato naturale. “Viviamo in un mondo in cui il pubblico ? non solo consapevole, ma anche profondamente annoiato dalla perfezione della magia digitale. Le telecamere si muovono perfettamente ad angolazioni impossibili, la realt? ha una nitidezza oltre il reale“. Luhrmann decise cos? di servirsi della potenza del digitale non per creare la perfezione ma per individuarne l’imperfezione, per riprodurre il tremolio della macchina da presa, decostruire le immagini e dare la sensazione che il film fosse “fatto a mano”. Moulin Rouge! ? intenzionalmente teatrale: bisogna stipulare un contratto con il film, accettando di essere disposti a sospendere l’incredulit? per tutta la sua durata. La credibilit? deriva dalla storia d’amore dei due protagonisti: ? a questo che ci si affida emotivamente, a quello che Baz chiama “cinema a occhi aperti“.?

Pur non facendo formalmente parte della Red Curtain Trilogy, composta da Moulin Rouge!, Romeo + Juliet e Strictly Ballroom, Il Grande Gatsby esplora tematiche simili, romantiche e melodrammatiche, ed ? stata l’occasione perfetta per evidenziare ulteriormente l’estetica di Luhrmann, tra musica anacronisticamente moderna, colori vivaci e brillanti, ritmo frenetico e grandiose esplosioni stilistiche. Sulla carta, Baz Luhrmann sembrava gi? da prima che il progetto prendesse piede il regista perfetto per una trasposizione cinematografica del classico letterario di F. Scott Fitzgerald: un libro che ha come tema l’idealismo, il romanticismo e l’eccessiva decadenza si adatta infatti perfettamente allo stile registico di Luhrmann.

In questo caso, Luhrmann ha voluto essere molto pi? fedele al libro e all’epoca in cui la storia ? ambientata rispetto alle altre sue opere, ma ha anche cercato di rendere la storia accessibile a una nuova generazione, per favorire quello che ? da lui stato definito “un intreccio culturale“. L’utilizzo di musica contemporanea per la colonna sonora – in collaborazione con l’artista e produttore esecutivo del film, Shawn “JAY Z” Carter – ? stata parte integrante di questo tessuto narrativo e segue la lungimiranza dello stesso Fitzgerald, che aveva inserito la musica di strada afroamericana, il jazz, come aggiunta fondamentale alla storia di Gatsby. L’amore lontanto e sublimato, gli ostacoli che il destino pone tra gli amanti, l’orgoglio di classe come veleno mortale per la vera passione, questo ? il film di Luhrmann: nulla che Shakespeare non avrebbe amato scrivere, nulla che Jay Gatsby stesso non avrebbe sottoscritto con un sorriso forzato e un brindisi maniacale.

Non possiamo dimenticarci dell’incursione di Baz Luhrmann sul piccolo schermo: la serie tv The Get Down, disponibile su Netflix, ? un dramma musicale avvincente, condito con melodie trascinanti, coreografie spettacolari e una fotografia davvero stupefacente. Per The Get Down, Luhrmann prende in prestito elementi dell’opera e del musical teatrale per raccontarci il coming-of-age di un gruppo di ragazzi che cercano di valicare con i loro sogni le macerie del Bronx alla fine degli anni ’70. La regia di Luhrmann attinge qui ai fondamenti dell’hip-hop intrecciando alla narrazione performance musicali sia di brani originali che d’epoca e, ovviamente, grandiosi numeri di danza. Ancora una volta, le canzoni hanno lo scopo di far progredire la trama e unificare le storyline di diversi personaggi.

“Quello che mi era davvero chiaro era che, se l’hip-hop ? assimilabile a qualcosa”, ha affermato Luhrmann, “l’immagine che mi viene in mente ? quella di un collage senza pregiudizi. ? il tipo di cinema con cui sono cresciuto”. Il sound design, la produzione imponente, le performance attoriali… ogni elemento viene dosato precisamente da Luhrmann per creare un travolgente spettacolo cinematografico: ? impossibile guardare The Get Down passivamente, bisogna aggrapparsi alla sua essenza.

Baz Luhrmann, in maniera pi? sobria rispetto a Moulin Rouge!, ma avvalendosi di un montaggio vertiginoso, mina le basi del film biografico tradizionale, raccontando come il kitsch diventi un modo per controllare il sogno americano nella storia di r?Chris Godfrey. Con Moulin Rouge! ha dimostrato che il kitsch poteva trasformare il musical, le leggi dello spettacolo e le basi del genere. In piena post-modernit?, Moulin Rouge! ci ha ricordato che tutto finisce per essere un pastiche. Elvis riprende molti elementi dal film del 2001, dal gusto per la grande fiera del mondo dello spettacolo alle scenografie barocche e il ritmo velocissimo che trasforma l’immagine in una sorta di tunnel frenetico. Un film che racconta la vita cantante pi? popolare della storia degli Stati Uniti e che non solo non rientra nello schema del biopic, ma lo supera e opta per uno stile eccessivo, libero, schizofrenico e rabbioso. Nella mente di Baz, la vita di Elvis ? una giostra di colori, numeri musicali, ritmi sfrenati e squilibrati, salti temporali e caratterizzazioni eccessive. Un film folle, come i suoi protagonisti, ma che riesce a essere la migliore versione possibile per raccontare una storia come quella di The King.

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