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Alden Ehrenreich e Phoebe Dynevor in Fair Play
Martina Barone

Fair Play: il micro-universo di una coppia per spiegare il macro-universo della società

Tags: Fair Play, netflix, Phoebe Dynevor
Alden Ehrenreich e Phoebe Dynevor in Fair Play
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Martina Barone

Fair Play: il micro-universo di una coppia per spiegare il macro-universo della società

Tags: Fair Play, netflix, Phoebe Dynevor

Fair Play, nuovo film sulla piattaforma di Netflix con Phoebe Dynevor e Alden Ehrenreich, racconta le dinamiche uomo-donna nella coppia e nella società

I personaggi di Fair Play sono terribili. È bene partire da questo. Finalmente, per la prima volta su un film che parla di ruoli di genere e di potere, nessuno avrà da ridire sul fatto che, entrambi, hanno le loro colpe. Sia l’uomo, che la donna. Almeno non troppo. Almeno, forse. Ma partiamo dalle premesse.

Quest’uomo e questa donna stanno insieme da due anni, vivono insieme e stanno per sposarsi. L’uomo e la donna lavorano anche insieme, ma sul luogo di lavoro nessuno sa della loro relazione. Andrebbe contro le regole aziendali e non si vuole poi darla vinta a chi, in caso di scatti di carriera o promozioni, vedesse dei favoritismi solo perché “sono andati al letto insieme”. 

Soprattutto se la “novella” arrivata – sempre da due anni, come il tempo della loro storia – è proprio lei, la donna. Ed è la donna a ricevere quella promozione senza aiuti o spintarelle. Sorpassando in carreggiata l’uomo, all’inizio fiero e felice, in seguito ferito e messo in discussione (ovviamente solo da se stesso, sia chiaro). E senza, pensate un po’, prestare servigi sessuali al grande capo. È stata promossa solamente per le sue capacità. 

Anche se per i colleghi (uomini, solo uomini, non ci sono altre donne nelle aziende dell’alta finanza) una bottarella probabilmente gliela ha data. Il problema, qui, è quando l’uomo, compagno e futuro marito comincia a pensarla nello stesso modo. Perché è vero che la donna, compagna e futura moglie, il posto che sentiva essere suo (doveva?) se l’è meritato, ma lo è altrettanto che il grande capo l’ha chiamata anche nel bel mezzo della notte facendola vestire e uscire di casa per comunicarglielo. 

C’è poi un elemento in più, l’elemento della casella. Insomma, è presto chiaro all’uomo che la donna è stata promossa per dare una nuova facciata, più moderna e inclusiva, alla società. Lei è solo una pedina, una delle tante che l’alta finanza mette in campo per arricchire se stessa, mentre cerca di farsi bella con il mondo. 

Fair Play: il potere c’entra

Una scena di Fair Play, film su Netflix
Una scena di Fair Play, film su Netflix

È impossibile che lui non sia stato scelto, mentre lei – pubblicata a diciassette anni sul The Wall Street Journal, ma che sarà mai – lo ha superato facendo il suo lavoro. Facendo tardi ogni notte e rispondendo a qualche chiamata in più pur di portare a termine l’affare di turno. Sarà per eccesso di zelo. Sarà perché una donna, per far vedere che vale, deve lavorare di più. A ogni modo, il potere, fa male a entrambi i personaggi. 

E forse anche l’amore, usato come cavallo di troia quando la donna vuole cercare di aiutare il partner e finisce per compromettere sia il suo nuovo ruolo, che la solidità della coppia. Ruolo a cui lei deve uniformarsi, deve farlo. Per essere presa sul serio, per essere parte del branco, per non essere cacciata via con qualche parolina di circostanza come ha visto tante volte accadere ai suoi colleghi nella stanza a vetri accanto (paroline di circostanza che potrebbero essere anche “You dump bitch”, stupida stronza, per il grande capo). 

E così via di nightclub, di abiti scuri per rispecchiare quel nuovo potere acquisito (anche se è evidente che preferisce essere un “cupcake”, come viene definita, come se ci fosse qualcosa di male), di cocktail costati quaranta dollari e un assegno da mezzo milione lasciato con disinvoltura sul tavolo. E, con nessuna disinvoltura, visto dall’uomo. 

Fair Play dice alle coppie che, probabilmente, lavorare insieme con il proprio partner non è un’idea grandiosa. Ma anche che è troppo facile cadere nelle gabbie che la società – eggià, proprio lei – ha piantato in tempi non sospetti e che, nonostante il progresso, la lealtà e i discorsi sulle uguaglianze, possono tornare a imprigionarci.

Perché l’uomo continua a sentirsi una nullità se la donna guadagna più di lui – e per questo deve umiliarla, denigrarla, a volte stuprarla -, mentre la donna continua a dover fingere di essere un maschio per essere rispettata, cadendo negli stessi tranelli di una società patriarcale e malata, che vuole sempre qualcuno che subisce e un altro che comanda. 

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