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El Conde, recensione del film di Pablo Larraín
Alessio Zuccari

Venezia80 | El Conde: recensione del film di Pablo Larraín

Tags: el conde, pablo larrain, venezia80
El Conde, recensione del film di Pablo Larraín
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Alessio Zuccari

Venezia80 | El Conde: recensione del film di Pablo Larraín

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Pablo Larraín torna al Lido di Venezia con un film che si dichiara fin da subito come una grande metafora, rileggendo il dittatore Augusto Pinochet come un vampiro ultracentenario.

Conosciamo bene il talento di Pablo Larraín. Sono anni che il regista cileno allieta i festival di tutto il mondo affermando, ad ogni occasione, la lucidità del suo sguardo dietro la macchina da presa. Sia quando lavora in patria, dove ha scavato a lungo nelle fosse oscure di cui è disseminata la storia recente del Cile, sia fuori, dove si è accostato ai ritratti femminili – primi intimi e poi quasi orrorifici – di Jackie e Spencer. Ora il cineasta torna in Concorso al Festival di Venezia con El Conde, e dopo la sua ultima esperienza internazionale – appunto con Spencer, sempre in Concorso a Venezia78 – decide di rientrare in patria per affettarne ancora la sanguinaria eredità.

Quella di El Conde, dopotutto, è una grande metafora dichiarata. Larraín si ricongiunge con lo sceneggiatore Guillermo Calderón (Ema, Neruda, El club, ecc.) e ripensa il dittatore fascista Augusto Pinochet come un vampiro vecchio di 250 anni. Un uomo che in questa assurda ucronia nasce francese sotto il nome di Claude Pinoche, viene inquadrato nell’esercito di Luigi XVI, poi trasformato in vampiro e quindi assassino, disertore all’arrivo della Rivoluzione francese e da lì in avanti oppositore giurato di qualsiasi tentativo rivoluzionario. Qualsiasi esso sia, in qualsiasi parte del mondo, anche in quel piccolo Paese del Sud America chiamato Cile in cui Pinoche si rifugia e si ribattezza Pinochet.

Un dittatore, il sangue e la sua eredità

El Conde, recensione del film di Pablo Larraín
Photo Credits: Netflix

Ma stanco di essere soldato, inizia a sognare in grande, a scalare le gerarchie fino a diventare un capo di stato che la Storia ha consacrato genocida e criminale. E ladro. Cosa, quest’ultima, che al Pinochet di El Conde proprio non va giù. L’accusa di essersi fatto anche ladro, e quindi ricordato come tale, proprio non la sopporta. Lo confida al fedele maggiordomo (Alfredo Castro), partner in crime ai tempi del regime e ora servitore per l’eternità. O forse no, perché Pinochet rigetta questa accusa e decide di farsi morire, un po’ alla volta, rifiutando di cibarsi del sangue e della carne di quel popolo che ha cannibalizzato per decine d’anni e ora ha l’ardire di infangarne la memoria.

No, quelli del sangue e della vita succhiata via non sono una metafora sottile. Non sono l’incipit di una satira volta allo scavare, sempre più con sottigliezza, nelle nefandezze di quegli anni di dolore e sofferenza. El Conde, a ben guardare, è tutto, e non più, di quello che dichiara. Una piccola favola nera, di un umorismo amaro e cupo che non si accosta nemmeno poi molto all’ironia. Dell’ironia c’è, certo. Soprattutto quando il film riunisce sotto la stessa capanna la sciatta eredità mortale di Pinochet, ovvero quella progenie trasandata e miserabile che sono i suoi figli, mai trasformati in vampiri ma al corrente della condizione del padre, alla continua ricerca di denaro dal genitore.

Li ha attratti lì con l’inganno la moglie del Generale, Lucia Hiriart (Gloria Münchmeyer), nei confronti della quale El Conde non riserva di certo parole al miele, inquadrandola di fatto come la meschina e manipolatrice complice dei crimini del marito. Anche quando entra in scena una giovane suora (Paula Luchsinger) chiamata a esorcizzare o eliminare il vampiro, il film trova uno spunto narrativo che in realtà si risolve ancora all’interno di una bolla in cui da leggere o da interpretare c’è meno di quello che una premessa così originale potrebbe lasciar presagire.

Una metafora che si sostanzia del suo assurdo

El Conde, recensione del film di Pablo Larraín
Photo Credits: Netflix

El Conde non soffia sulle braci, perlomeno non più di quanto Larraín abbia già fatto in precedenza con opere che dell’ombra lunga della dittatura cilena hanno messo a fuoco dolori e cicatrici. È un film, El Conde, che lascia con un poco di incertezza, con un tentennamento una volta che se ne conclude la visione – che, nel terzo atto, riserva comunque un geniale ingresso in campo. È un film che vive e respira della meravigliosa messa in scena del regista, mai in questione e che anche in questa occasione rinfranca l’occhio con l’aiuto della grande fotografia in bianco e nero di Edward Lachman.

Eppure, a un certo punto, è come se questa ridicola e ridicolizzante saga familiare, di padri ed eredità, si esponga meno di quanto il primo e diretto confronto con la figura di Pinochet chiami attorno a sé. Non c’è, in poche parole, un velo da sollevare. Sta tutto lì davanti a noi, nel recinto dell’isola in cui il dittatore si è rifugiato e in cui è allestito questo teatrino dell’assurdo. Si cerca una stoccata, un’aggressione feroce da abbinare alla metafora roteata con questa fiducia in aria. Ma non c’è, non arriva, la metafora e l’assurdo – a questo punto anche storico, perché assurda la violenza perpertrata con il benestare di più Paesi a più latitudini – si sostanziano di se stessi, si alimentano e si bastano. Chissà, forse ci sarebbe stato spazio per un qualcosa di più, la sensazione è quella. In fin dei conti, però, anche un Larraín così, quindi non folgorante e non incendiario, è un Larraín che ci si tiene stretti.

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